La lattoferrina e il coronavirus. Dopo le fake news una buona notizia

A supporto del vaccino. Uno studio italiano dimostra i benefici della proteina

Ivaccini restano lo strumento principe per sconfiggere il Covid-19. A supporto di questa lotta al virus, a settembre è stato pubblicato su “Journal of Clinical Medicine” uno studio clinico italiano sulla somministrazione orale della lattoferrina in un centinaio di pazienti affetti da Covid. La ricerca condotta utilizzando capsule di lattoferrina ha dimostrato come la somministrazione della lattoferrina da sola in pazienti asintomatici o in associazione con altri farmaci (trattamento standard) in pazienti paucisintomatici o moderatamente sintomatici, può essere un efficace trattamento privo di effetti avversi nella gestione dell’infezione da Sars-CoV-2. Lo studio giunge dopo due importanti pubblicazioni internazionali apparse a Giugno 2021 su Frontiers in Pharmacology e ad agosto 2021 su Pnas riguardanti l’efficacia della lattoferrina in vitro nell’inibire l’infezione da Sars-CoV-2 in diversi modelli cellulari.

Parliamo di un tema dibattuto, come spesso accade nella materia scientifica che avanza per evidenze, di cui questo studio rappresenta un nuovo elemento d’interesse in termini di approfondimento. L’efficacia di questa soluzione continua a essere oggetto di confronto, ma andiamo ad analizzare novità utili all’unico aspetto che sta a cuore a tutti: l’avanzamento delle soluzioni a favore dell’uscita dal tunnel della pandemia. A tal proposito, vale la pena sottolineare ancora una volta come lo strumento cardine per fronteggiarla sia la vaccinazione: è legittimo il bisogno d’informazioni e rassicurazioni, ma è questo il nostro alleato da non mettere in discussione e da non considerare sostituibile da terapie alternative o complementari.

A ricordarlo è la stessa Piera Valenti, professore ordinario di Microbiologia all’Università La Sapienza di Roma e membro del Comitato internazionale di esperti sulla lattoferrina: “Occorre sottolineare che, al di là dell’assoluta e indiscutibile rilevanza ed efficacia dei vaccini anti Sars-CoV-2, la grande diffusione dell’infezione associata a questo coronavirus richiede anche la disponibilità di agenti antivirali. Poiché dalla scoperta di nuovi agenti antivirali all’applicazione clinica sono richiesti, in genere, 10-15 anni di studio, molti ricercatori hanno scelto di verificare l’azione anti Sars-CoV-2 di sostanze già note per la loro attività antivirale. Tra queste, dal 1987 la lattoferrina è nota possedere un’attività antivirale che, grazie alla sua natura cationica, è stata attribuita al suo legame sia agli eparan-solfati (anionici) delle cellule dell’ospite che ai costituenti superficiali anionici dei virus. Nel caso di Sars-CoV-2 il legame tra il virus e la lattoferrina è mediato dalle glicoproteine Spike. Quando la lattoferrina è in contatto con il virus, i suddetti legami impediscono l’entrata del virus all’interno della cellula e, quindi, la sua replicazione. Quando la lattoferrina è somministrata oralmente, si osserva una potente attività anti-infiammatoria e anti-trombotica, funzioni fondamentali ed essenziali nel trattamento del Covid-19”.

Per la professoressa, “come riportato nel nostro lavoro in vitro (Frontiers in Pharmacology) e in quello dei colleghi dell’Università del Michigan, apparso su Pnas, un antivirale che, in vitro, freni o inibisca la replicazione di Sars-CoV-2  potrebbe essere fondamentale nella riduzione dei sintomi da Covid, nel controllo dei focolai locali, nella gestione domiciliare, nella protezione di pazienti immunocompromessi per i quali i vaccini non sono efficaci e nel contenimento della diffusione di varianti  che potrebbero sfuggire all’azione dei vaccini. In questo nostro studio clinico retrospettivo, la tempestiva somministrazione orale della lattoferrina si è dimostrata veramente utile”.

Un primo dato rilevante riguarda il tempo necessario per ottenere la negativizzazione del tampone molecolare negli 82 pazienti trattati con lattoferrina, tempo che è stato nettamente inferiore, rispetto a quello osservato nei 39 pazienti non trattati (15 anziché 24 giorni). I dati confermano quelli precedentemente ottenuti in un altro studio clinico dai ricercatori di Tor Vergata e della Sapienza apparsi su BiorXiv e ora in fase di pubblicazione.

“Un altro risultato degno di nota nel nostro studio è che nessuno dei pazienti appartenenti al gruppo trattato con lattoferrina è stato ospedalizzato – sottolinea Valenti –. La lattoferrina ha dimostrato di essere una sostanza sicura, non si è verificato alcun effetto avverso nei trattati, ottimamente tollerata, anche a dosaggi di 1 g/die”.

Accanto all’attività antivirale la lattoferrina svolge anche un’attività anti-infiammatoria: come è stato precedentemente dimostrato riduce la sintesi di IL-6 – uno dei “key players” della tempesta citochinica – che si verifica in corso di infezione da Sars-CoV-2. La tempesta infiammatoria provocata dall’infezione da Sars-CoV-2 causa numerosi disordini metabolici tra cui quelli associati all’omeostasi del ferro, che consistono in una delocalizzazione del ferro in quanto questo elemento, carente in circolo nell’anemia da infiammazione, si accumula all’interno delle cellule favorendo la replicazione virale. La lattoferrina, attraverso la sua capacità di chelare due atomi di ferro per molecola e alla sua attività antiinfiammatoria, riduce significativamente l’overload intracellulare di ferro, inibendo la replicazione virale e controllando la produzione delle dannose specie reattive dell’ossigeno che danneggiano gli organi.

“In sintesi, i meccanismi d’azione attraverso i quali la lattoferrina esplica la sua attività antivirale sono ascrivibili a una interazione diretta con le glicoproteine spike del virus Sars-CoV-2; all’interazione con gli eparan-solfati, molecole presenti sulla superficie delle cellule umane; e all’attività antiinfiammatoria che, oltre a diminuire la sintesi di IL-6, ripristina l’omeostasi del ferro i cui disordini favoriscono la replicazione virale e la progressione dell’infezione”.

Inoltre, chiosa la professoressa “in questo studio i medici hanno utilizzato la lattoferrina in maniera tempestiva cioè al manifestarsi del primo sintomo o per quanto riguarda gli asintomatici appena ricevuta la risposta positiva del tampone. I pazienti asintomatici, paucisintomatici e moderatamente sintomatici venivano trattati con un diverso numero di capsule (da 1 a 5)  di lattoferrina, a seconda della severità del Covid. La somministrazione avveniva sempre lontano dai pasti al fine di evitare la degradazione della proteina dovuta al basso pH del succo gastrico durante la digestione. Vorrei altresì sottolineare che il nostro studio clinico è stato eseguito con una lattoferrina ben controllata per la sua purezza e quantità”. Questo è il primo studio retrospettivo su pazienti affetti da Sars-CoV-2 trattati con la lattoferrina non liposomiale. Anche se lo studio clinico può essere considerato preliminare, i dati costituiranno un’utile base per futuri studi su un più ampio numero di pazienti.

In conclusione, i risultati ottenuti mettono in evidenza un più basso numero di giorni necessari alla negativizzazione di Sars-CoV-2 Rna come pure l’esistenza di un significativo legame tra la maggiore efficacia del trattamento con la lattoferrina, la significativa riduzione dei sintomi e l’avanzare dell’età. Infatti, la lattoferrina viene sintetizzata sotto il controllo ormonale e la sua produzione diminuisce con l’avanzare dell’età. Ne consegue che, nei soggetti più anziani che ne sintetizzano una minore quantità, la supplementazione della proteina esogena mostra una maggiore efficacia rispetto a quella osservata in pazienti più giovani.

“Questi risultati – conclude la Valenti – sono incoraggianti e crediamo possano rappresentare indubbiamente la base per arricchire i dati finora limitati di letteratura suggerendo, così, come la lattoferrina possa essere una importante opzione utilizzabile nell’infezione da Sars-CoV -2 oltre che nel trattamento di altre infezioni virali”.

Fonte: IL FOGLIO

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